La Casa della Salute

Un vecchio adagio (attribuito a Socrate, se ben ricordo) recita che “l’uomo saggio parla perché ha qualcosa da dire, lo stolto invece parla per dire qualcosa“: non so perché, ma questa frase mi torna sempre in mente quando sento l’Azienda USL inventarsi una nuova formula, una nuova etichetta, un nuovo epiteto da attribuire ad una realtà già esistente, come se questo fosse sufficiente per creare, come dal nulla, qualcosa di nuovo! Forse perché siamo ormai nella società dell’apparenza, dove l’immagine esteriore vale più della sostanza! O forse perché negli anni siamo diventati tutti più sciocchi, forse non più ingenui, ma certo meno intelligenti che in passato, ci siamo adagiati e conformati ad un atteggiamento supino, acritico, sicuramente tranquillo e poco impegnativo, e ci lasciamo colpire ed attrarre da quanto viene sbandierato davanti ai nostri occhi, senza preoccuparci di indagare quello che invece la bandiera ci nasconde.

Sta di fatto che la nostra Medicina di Gruppo è ormai qualificata come Casa della Salute (la terza nella nostra Azienda). Ma perché? Beh, abbiamo una struttura organizzata, del personale che lavora con noi, siamo sede di specialisti che vengono dall’ASL: e poi accanto a noi sono presenti un centro di prelievo ed un poliambulatorio dove ruotano altri specialisti dell’Azienda: tutto questo può giustificare il passaggio da Medicina di Gruppo discretamente strutturata a Casa della Salute. E infine (e forse soprattutto) la regione Emilia-Romagna spinge fortemente perché si realizzino, queste Case della Salute!

D’accordo, vada dunque per la Casa della Salute. Ma si tratta solo di apporre una etichetta differente ad una realtà già esistente? Cambia qualche cosa per noi e per i nostri pazienti?

Certamente! Cambia (o meglio dovrà cambiare) lo spirito, l’atteggiamento del nostro Gruppo! Dovrà cambiare il modo di vivere la realtà quotidiana, il nostro modo di affrontare le malattie, in particolare quelle condizioni di patologie croniche che – stante l’invecchiamento progressivo della popolazione – le persone si portano appresso, sebbene non siano ogni giorno ammalate! Quello che dovrà cambiare sarà l’atteggiamento nostro, di noi medici, che finora siamo rimasti in attesa del malato che veniva da noi a manifestare di volta in volta il problema che lo affliggeva, sperando che gli fornissimo la soluzione: d’ora in poi invece dovremmo adottare un atteggiamento di iniziativa, dovremmo anticipare la comparsa della malattia: dal momento che noi conosciamo i nostri pazienti, che sappiamo già chi è affetto da patologie croniche, magari silenti, ma ad alta probabilità di riacutizzazione, dovremmo impegnarci per intercettarli prima che si riammalino!

Bello come programma vero? Il paziente anziano godrebbe di una qualità di vita migliore, se riuscissimo ad impedirgli (od almeno a ritardargli) la comparsa della inevitabile riacutizzazione, e siccome i pazienti anziani da noi sono molti, potremmo affermare che così facendo, migliorerebbe la qualità di vita dell’intero paese; l’Azienda poi – oltre a guadagnarci in immagine – ci guadagnerebbe sicuramente, risparmiando sulle spese di ospedalizzazione, in quanto un paziente cronico, se attentamente seguito, rischia meno di scompensarsi e quindi necessita più di rado di essere ricoverato in ospedale. E sappiamo quanto costa un paziente quando è ricoverato in Ospedale!

Ma noi medici? Che cosa ci guadagneremmo? Sicuramente ore di lavoro in più! Non è pensabile infatti che i pazienti accettino di starsene buoni a casa e di recarsi in ambulatorio solo dietro invito del curante. Se programmiamo di invitare un giorno quei pazienti che sappiamo essere affetti da una patologia cronica, non è pensabile che quello stesso giorno gli altri pazienti, che quella malattia non ce l’hanno, non abbiano bisogno di venire ugualmente in ambulatorio (o di chiamare il medico a domicilio) per qualche altro motivo. Questa medicina di iniziativa quindi si traduce in un ulteriore aggravio di lavoro per noi medici, perché non può andare a sostituire, ma solo ad affiancare il nostro attuale operare quotidiano (che negli anni è già andato ingigantendosi, anche grazie all’impegno burocratico sempre maggiore richiestoci dall’Azienda USL). In più questo progetto richiede per sostenerlo, tutto un apparato organizzativo che coinvolge anche il personale di cui dispone la nostra Medicina di Gruppo (pardon, Casa della Salute!) E questo vuol dire ampliare il tempo in cui segretarie ed infermiera sono presenti nella struttura, con il conseguente aumento per noi dei costi di gestione. Insomma, alla fin fine noi medici lavoreremmo di più e vedremmo aumentare soltanto le nostre spese?

Se l’Azienda USL fa il conto che, attuando un simile programma interventistico, probabilmente arriverà non soltanto a migliorare la qualità di vita dei pazienti, ma anche a risparmiare un domani sulle spese di ospedalizzazione, ebbene oggi dovrebbe impegnarsi ad investire nella realizzazione di tale progetto! E se poi le risorse scarseggiano (come si è affermato più volte, per esempio quando si è trattato di ridurre i servizi che l’Azienda offriva, o quando si è trattato di riconvertire un reparto od anche un intero ospedale, riducendo i posti letto, o quando si è trattato di inserire una gabella più alta per un dato servizio, o quando si è trattato di spingere una classe di farmaci al posto di un’altra più costosa, o quando si è trattato di vietare le richieste di indagini strumentali, ecc. ecc.) se poi le risorse scarseggiano – dicevo – ebbene, si potrebbe anche pensare di applicare la regola evangelica di tagliare i rami secchi che non portano frutto, e darli al fuoco, cominciando per esempio dalla pletora di uffici e di incarichi la cui funzione a molti resta ignota, e che sono presenti nell’Azienda USL stessa. Ma è sempre più facile vedere la pagliuzza nell’occhio del fratello piuttosto che la trave nel proprio.

 giovedì  2 giugno 2016

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